Questioni di decoro e autorità 100 anni fa

Se c’è un Rettore che si è adoperato per tutelare il valore di «monumento nazionale» del Collegio, in tutti i modi consentiti dal suo ruolo istituzionale e dalla sua particolare formazione e inclinazione, questi è stato Rodolfo Maiocchi: storico, filologo, erudito e esperto d’arte, come ricordato nel recente convegno a lui dedicato.*
Incaricato nel 1905 di dirigere il Borromeo, finì per logorare la propria salute nella strenua difesa del principio del decorumper quel luogo trasformato negli anni della Prima Guerra Mondiale in Ospedale Militare. 

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Per lui, che fin dall’inizio del rettorato aveva dedicato tante energie alla cura e valorizzazione del patrimonio architettonico, artistico e storico del Collegio, dovette essere particolarmente duro assistere, quasi impotente, a episodi di incuria o di vero e proprio vandalismo, che lasciarono il palazzo spoglio e bisognoso di gravosi restauri al termine del lungo periodo di occupazione militare nel 1919.
Le difficoltà di una gestione che, dalla primavera del 1915, era per molti aspetti passata di mano e condizionata da altri interessi, le piccole e grandi tensioni quotidiane, le frizioni tra personalità forti, le preoccupazioni per il presente e il futuro del Collegio in quanto struttura destinata primariamente allo studio emergono con chiarezza dal fitto scambio epistolare che l’archivio conserva e che progressivamente pubblichiamo qui nella sua interezza.

Leggendo le carte si assiste sullo sfondo fatale della Storia con la maiuscola al dipanarsi dei tracciati più prosaici ma altrettanto veri e vividi della storia con la minuscola.

PGM 1916, 7Giusto cento anni fa, il Rettore lamentava la scarsa considerazione paradossalmente riservata al Borromeo – rispetto agli altri edifici requisiti a Pavia – persino nel mettere in atto operazioni di ordinaria o straordinaria manutenzione: come lavori di imbiancatura compiuto senza preavviso e affidati a semplici soldati, anziché a professionisti, trascurando sia la specificità estetica e storica del luogo, sia le prerogative della sua Amministrazione.
I toni delle comunicazioni rettorali sono di volta in volta amari, pungenti o corruschi, il senso sempre adamantino, come nella lettera del 5 marzo 1916 alla Direzione dell’Infermeria Presidiaria di Pavia:

Venni oggi per caso a sapere che domani, o dopo, intendesi di cominciare qui nell’Almo Collegio la imbiancatura di parecchie camere.
Premendomi che quanto è necessario all’igiene non vada disgiunto dal decoro che si addice ad un monumento nazionale, e siccome nella scorsa estate, con un lavoro negligente e fatto da imperiti, si sono già a mia insaputa deturpate due camere (quelle ai n. 21 e 24), non volendo che si ripeta simile danno anche in altre, mi rivolgo alla cortesia di codesta onorevole direzione perché impedisca che tali lavori vengano fatti da persone non dell’arte o sprovviste dei mezzi necessari, come avviene quando sono affidati a soldati che prestano servizio negli ospedali.

Perché l’appello non rimanesse inascoltato, il Maiocchi lo ripropose di lì a poco, il 21 marzo, questa volta rivolgendosi direttamente al Colonnello Direttore dell’Ospedale di Riserva di Pavia:

PGM 1916, 8Ill.mo Signor Colonnello,
[…] a lei in particolar modo faccio notare la ostinazione di trattare il Collegio Borromeo in modo diverso di tutti gli altri ospedali, dove la imbiancatura fu fatta fare da persone del mestiere. Soltanto qui, poiché io mi son lamentato di lavori malfatti, pei quali (anche secondo il giudizio del sottotenente ingegnere incaricato dalla Infermeria Presidiaria) non si potrà riparare se non collo scrostamento della parete, si insiste nel voler affidato a dei piantoni irresponsabili questi lavori. Ho protestato per iscritto, ho dato spiegazioni verbali, le quali furono completamente accolte, tuttavia la mia volontà non conta nulla. Dichiaro anche alla S.V. che non permetto si ripetano gli inconvenienti da me lamentati. Il Collegio non ha bisogno che si provveda all’imbiancamento di pareti a spese d’altri: quando si chiuderà l’Ospedale noi provvederemo a nostre spese come ci sembrerà opportuno. Siamo però persuasi di aver diritto che i lavori che qui si fanno per qualsiasi ragione, siano fatti da una ditta la quale sa che non sarà pagata se non a lavoro collaudato.
È ben vero che si pretestano le ragioni di economia; ma chi ha veduto certi lavori qui fatti e i rendiconti pubblicati sui giornali, sa che quei lavori di economia furono pagati almeno il quadruplo. Tuttavia questa non è questione che ci riguardi: fummo assicurati che i lavori si sarebbero fatti secondo il nostro desiderio e insistiamo presso di lei perché non permetta si faccia diversamente.

Piccolo esempio di un carattere battagliero, di un fiero attaccamento all’istituzione e di una lotta puntigliosa, anche se infine logorante, in difesa di un principio e di un bene prezioso.

*Non del tutto vana sarà la nostra fatica” Rodolfo Maiocchi (1862-1924) sacerdote, studioso, rettore, Pavia, 22 novembre 2013, Atti del convegno, in “Bollettino della Società pavese di storia patria”, CXIV, 2014

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