Federico Borromeo mecenate, prima dell’Ambrosiana

Nel 1908 il Rettore Rodolfo Maiocchi scriveva all’allora Prefetto dell’Ambrosiana Achille Ratti – futuro papa Pio XI – chiedendogli di compiere tra le lettere di Federico Borromeo là conservate una verifica, alla ricerca di informazioni sulla commissione degli affreschi del Salone del Collegio e in particolare sul loro programma: «Sarebbe bello l’aver la prova che il tema è stato dato dallo stesso cardinale.»

Richiesta non peregrina per almeno due motivi (oltre a quello più tecnico): la commissione artistica pavese è un elemento imprescindibile in qualsiasi ricostruzione del profilo di Federico come mecenate, poiché è la prima attestata (e di impegno monumentale) dal momento in cui egli lascia definitivamente Roma per Milano, in anticipo rispetto all’attuazione del suo personalissimo progetto pedagogico-estetico, quello della Biblioteca e poi Pinacoteca e Accademia Ambrosiana; d’altro canto, il Maiocchi – profondo conoscitore dell’Archivio del Collegio, che stava riordinando e utilizzando per la sua fondamentale pubblicazione sugli affreschi del Salone – sapeva benissimo che le lettere del cardinale vi scarseggiano e che poco vi emerge relativamente al suo rapporto con i pittori.

Anche quel “poco”, tuttavia, è significativo: nel giro di un paio d’anni, e sempre nel mese di aprile, si concentrano tre tasselli documentari fondamentali per la storia degli affreschi.

Del 16 aprile 1602 è la lettera patente firmata da Federico Borromeo, che Guido Reni – il grande pittore bolognese – deve consegnare al Rettore, Giovanni Clerici, affinché questi lo accolga con ogni riguardo e gli mostri le «sale, e principalmente la grande».

Il progetto decorativo complessivo – una fulgida celebrazione della memoria del grande cugino Carlo, fondatore del Collegio e riformatore della Chiesa milanese, beatificato in quello stesso anno e sulla via per salire rapidamente agli onori degli altari come santo (ciò che avverrà nel 1610) – risulta ben chiaro in una lettera spedita «dalla Peschiera» pochi giorni più tardi, il 22 aprile, nella quale il Patrono annuncia al Rettore l’arrivo del pittore incaricato dell’impresa, senza però farne il nome:

R[everendo] n[ost]ro Car[issi]mo Havendo deliberato di far dipingere nelle sale del Coll[egi]o alcune attioni del S[ignor] Card[ina]le di S[anc]ta Mem[ori]a, viene perciò il pittore, quale tanto in materia delle opere sue, quanto in part[icola]re di spesarlo, trattarete nel modo, che vi sarà ordinato da Mons. Seneca, col quale mi sono inteso intorno a q[uesto].

Quale sia stato il pittore prescelto, dopo varie consultazioni, lo si apprende, invece, con precisione grazie a un’altra lettera patente, che a un anno esatto di distanza dal Reni, il 16 aprile 1603, gli apre le porte del Collegio:

R[everendo] n[ost]ro Car[issi]mo Il latore presente è M[esser] Cesare Nebbij, qual viene per vedere le sale, che haverà a dipingere. Si fermarà in Coll[egi]o, dategli la commodità di vedere ciò che bisogna, et trattatelo bene.

Inizia così la consuetudine (sino all’ottobre del 1604) dell’orvietano Cesare Nebbia e della sua équipe di specialisti con il palazzo pavese (solo dopo si aggiungerà lo Zuccari), attestata attraverso i libri dei Trattamenti – che registrano i pasti forniti a ospiti esterni – e le ricevute dei pagamenti e scrupolosamente ricostruita dal Maiocchi nella sua monografia del 1908.

Pur nella loro esiguità numerica, le lettere “federiciane” dell’Archivio relative agli affreschi lasciano affiorare in filigrana la sollecitudine del cardinale Borromeo per questa sua prima commissione artistica, così importante, così impegnativa, così significativa per il soggetto, per il momento e anche per il luogo. Quel Salone che egli doveva conoscere bene per esserci stato da Alunno e che ora, da primo Patrono del Collegio, ambiva a trasfigurare aulicamente grazie alla bellezza ispiratrice ed eternatrice dell’invenzione pittorica.

Per gli affreschi del Collegio e la questione della committenza cfr.:
R. Maiocchi, A. Moiraghi, Gli affreschi di C. Nebbia e di F. Zuccari nell’Almo Collegio Borromeo di Pavia, Pavia, Tipografia Rossetti, 1908; A. Peroni, Il Collegio Borromeo architettura e decorazione, II: Gli affreschi di Cesare Nebbia e di Federico Zuccari, in I quattro secoli del Collegio Borromeo di Pavia. Studi di storia e d’arte pubblicati nel IV centenario della fondazione 1561-1961, Milano, Alfieri & Lacroix, 1961, pp. 133-157; S. Fugazza, Opere d’arte in Collegio, Gli affreschi del salone, in Almo Collegio Borromeo, Pavia, Croma, 1992, pp. 47-57; A. Albuzzi, «Per compire l’apparato che suole farsi ogn’anno nel Duomo di Milano». I più tardi teleri sulla vita di san Carlo: dal progetto alla realizzazione, Perugia, Editrice “Pliniana”, 2009; I templi della sapienza. 450 anni di fondazione del Collegio Borromeo, catalogo della mostra Carlo e Federico nel “palazzo per la Sapienza”. Leonardo a Pavia, a cura di E. Maggi e L. Giordano, Pavia, TCP, 2011, pp. 81-88; G. Berra, Cardinal Federico Borromeo and the choice of painters to fresco the Collegio Borromeo at Pavia, “The Burlington Magazine”, CLV, 2013, pp. 534-540; C. Besozzi, Gli affreschi del Salone del Collegio Borromeo di Pavia: committenza, storia, restauri, tesi di Laurea Magistrale, A.A. 2014-2015, Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, Facoltà di Lettere e Filosofia.

sito tematico della Biblioteca