Spigolature d’Archivio – Maggio 1762: confessione dolente di un alunno (quasi) dimenticato

Spigolature d’Archivio – Maggio 1762: confessione dolente di un alunno (quasi) dimenticato

Maggio 1762: confessione dolente di un alunno (quasi) dimenticato

Tra delitti taciuti e damnatio memoriae

A volte, in modo assolutamente inaspettato, cercando altro o anche solo sfogliando i fascicoli e le carte d’archivio, si può “inciampare” in singoli documenti che rivelano vicende non altrimenti affioranti e, anzi, sepolte perché non facciano troppo rumore. È questo il caso, normalmente, di questioni disciplinari ed eventi di particolare delicatezza o gravità, specie se interni al Collegio, che ne macchiano le pagine di vita. I carteggi e le annotazioni sono solitamente piuttosto laconici su questi argomenti, quasi sempre, però, lo scrupolo degli antichi archivisti tende a mettere ordine anche tra le tracce meno gloriose di una storia lunghissima e a conservarne, comunque, la memoria, anche in contrapposizione a iniziative diametralmente opposte.

Costa Vincenzo, nomina, 1760 In un fascicoletto miscellaneo, che raccoglie vari documenti più o meno legati a vicende disciplinari collegiali, emerge una lettera scritta con qualche impaccio, ma anche con cura, leggibilissima, come leggibili sono il luogo di provenienza e la data – carcere di Tortona, 29 maggio 1762 – e il nome del firmatario, Vincenzo Costa, che si definisce ancora alunno e si rivolge al Prorettore del Collegio. La sorpresa nasce ricercando, tra le pagine del registro Alunni relative agli anni (appena precedenti) del probabile ingresso in Borromeo, qualche notizia da unire a questo nome: tra gli entrati nel 1760 si scopre una vistosa e impenetrabile cancellatura in inchiostro nero, che copre interamente tre righe. Nasce subito il dubbio che non si tratti dell’emendamento di un errore di trascrizione (sarebbe infatti poco giustificato un tale accanimento grafico), ma, piuttosto, di un intervento “strategico” di damnatio memoriae. Dubbio presto confermato dalla sopravvivenza di un altro documento, che vanifica il tentativo di cancellazione memoriale: la patente di nomina del Costa ancora conservata tra quelle del 1760 e dalla quale ricaviamo che era di famiglia nobile e nativo di Tortona – «patritio Derthonensi» – e iscritto alla facoltà di Giurisprudenza di Pavia, per conseguire la Laurea in «utroque Iure, Pontificio scilicet et Caesareo».

A questo punto non resta che leggere la lettera, accorata, scritta a quattro mesi esatti di distanza dal crimine per il quale il Costa sta scontando la pena. Dell’uno e dell’altra non si danno dettagli, probabilmente per pudore e per sottolineare, soprattutto, l’intento di auto-umiliazione e il desiderio di soccorso spirituale, di perdono, suggerito forse anche dal ricordo nostalgico e amaro degli anni collegiali.

Vincenzo Costa, 1762Ill.mo Sig.re Prorettore Colendissimo

Sarà noto a V.S. Ill.ma il delitto da me commesso li 29 del scaduto gennaio.
Per esso ne subisco oggi la meritata pena. Questa dalla Misericordia di Dio per la clemenza del sovrano è stabilita molto inferiore alla enormità della mia colpa. Con questa fui di scandalo a tutto il mondo, e di disonore a molti ordini, e tra li altri a codesto raguardevolissimo Colleggio, ove alunno ricevei tante buone istruzioni. Ringrazio la Divina Bontà che mi castiga in questa vita, spero che per se stessa m’avrà pietà per l’alma. Chieggo anche a V.S. umilmente perdono, e la supplico rappresentar me a Codesti Alunni ricoperto di rossore anche per essere loro stato di sì cattivo esempio, ed alle orazioni loro raccomandarmi.
Mi dia il permesso di esprimere che le baccio le mani, benché ne sia indegno, già che non ho il coraggio di soscrivermi con alcun titolo di servidore, essendo immerittevole di qualonque più bassa considerazione, e solo appongo di proprio pugno il mio nome, perché co[n]sti essere questi sentimenti proprii di me
Vincenzo Costa
Dal carcere di Tortona li 20 maggio 1762

registro alunni, 1760Non sappiamo se vi sia stata una risposta da parte del Prorettore e se abbia condiviso il contenuto di tale “confessione” con gli altri Alunni, ma colpisce, comunque, la conservazione della lettera, quasi sorta di memento morale nella più profonda e intima memoria storica del Collegio, al di là della cancellazione onomastica da quella più ufficiale.

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