Spigolature d’Archivio – Tra preghiere, assalti e capponi…

Spigolature d’Archivio – Tra preghiere, assalti e capponi…

Novembre: mese di santi e di universitari
Tra preghiere, assalti e capponi…

Novembre a Pavia ha visto per secoli la corrispondenza fra importanti ricorrenze religiose e non meno significativi appuntamenti laici: la memoria liturgica di figure sante dal valore universale si abbinava infatti all’apertura dell’anno accademico e conseguentemente dei collegi. Ancora fino a pochi decenni fa il giorno di inizio delle lezioni universitarie cadeva subito dopo i giorni di Ognissanti e della commemorazione dei Defunti, andando così a coincidere con la festa di San Carlo Borromeo, il 4 novembre. Ma anche la coda del mese, come si vedrà, era strettamente legata alla vita universitaria, in un intreccio ancora più stretto (e vivace) tra sacro e profano.
Naturalmente il 4 novembre aveva e ha per il Collegio Borromeo un sapore e un significato particolare: non solo è la soglia di un nuovo inizio, l’avviarsi di un nuovo anno collegiale, ma anche un momento fortemente identitario in cui l’intera comunità, arricchita da nuovi volti e nomi di Alunni, si raccoglie festosamente intorno alla memoria del proprio santo fondatore. Le Costituzioni, approvate nella loro forma definitiva in quello stesso anno 1610 che vede l’elevazione del beato Carlo agli onori degli altari, registrano l’importanza anche simbolica di questo momento solenne:

Nel dì quattro di novembre, in cui il fondatore Carlo Cardinal Borromeo di beata memoria passò all’altra vita, si celebri la Messa della Beata Vergine Maria con solenne rito, finché la Chiesa non stabilisca altrimenti […] e v’intervengano tutti gli studenti.

Anche il prezioso diario manoscritto del Rettore Dardanoni, compilato tra il 1619 e il 1621, prende avvio proprio con il mese di novembre:

A dì 2 Sabato si digiuna formalmente per essere la vigilia di S. Carlo
3 Domenica li scolari stano in casa, e sentono la Messa del Signor Rettore [una nota a margine di circa vent’anni dopo puntualizza: Devono tutti confessarsi il giorno avanti la festa di S. Carlo]
4 Lunedì giorno di S. Carlo si canta la messa come già si è detto al suo loco e si comunicano come giorno solemne, e vanno fuora havendo impetrata la licenza duoppo il vespero [una postilla analoga alla precedente documenta una correzione di atteggiamento, inclinato verso una maggiore severità: dato che gli Alunni se ne andavano in giro dopo pranzo «alle dissolutioni non alle devotioni», la licenza fu tolta.]

Novembre – mese in cui, stando ai carteggi, tendeva generalmente ad acuirsi la sollecitudine di Patroni e Rettori per la corretta impostazione della disciplina e il rispetto dei regolamenti da parte degli Alunni vecchi e nuovi – era anche il momento in cui occorreva moltiplicare la sorveglianza non solo verso l’interno dell’universo apparentemente impermeabile del magnifico ‘fortilizio’ borromaico, ma verso l’esterno, saturo di fermenti, pericoli, seduzioni e persino provocazioni, che giungevano dalla movimentata comunità degli altri studenti universitari pavesi e che si condensavano ogni anno con particolare virulenza proprio in una specifica ricorrenza novembrina: il 25 novembre, festa di Santa Caterina d’Alessandria, patrona degli studenti e dell’Università di Pavia.¹ Sì, perché, in questo giorno di libertà dalle lezioni e in fondo dedicato a loro, gli universitari non solo eleggevano i propri rappresentanti, ma si lasciavano andare a una serie di sfrenatezze che dovevano coinvolgere i collegi e forse tutta la città.

Se l’atmosfera di festa in Borromeo nel 1619 inizia già dall’antivigilia e dalla vigilia – con l’imbandigione di un ricco pasto e di una pietanza appositamente selezionata: il cappone – nel dopo pranzo del 25 novembre affiora un clima di attesa che da serpeggiante si fa quasi spasmodica: ci si prepara come per fronteggiare un assedio, un attacco che può venire da più parti.

23 Sabato vigilia di S. Catherina, nella quale mai si va alle scole per essere il giorno de scolari, nel quale fanno l’ellettione de Conseglieri. Si dice l’Offitio de morti, ma non si digiuna ancorché sii vigilia di S. Catherina protetrice del Studio.
24 Domenica si canta l’Offitio si danno caponi per pittanza a’ scolari, se pure non si prolonga sino al giorno seguente, essendosi solito dare caponi il giorno di S. Catherina.
25 Lunedì S. Catherina non si va né alle scole, nemeno fuori di casa per tutto quel giorno. Il duoppo pranzo non vanno mai di sopra, ma si sta sempre in continovi aguati, si serrano ben l’usci della Cusina, il portone del giardino, si levano li lanternoni, e la lampada della torniola, si levano via le serviette del scaldatorio, per essere solito quel giorno i scolari del Studio tutti congregati insieme venire al Collegio verso le 21 hora, o 22 a fare mille insolenze. Si va di sopra alle 24. [La solita postilla, forse del rettore Mascaro, corregge e aggiorna recisamente: A tutto questo s’è provisto col tenere tutto il giorno serrato il portone del Collegio.]

Il tono della narrazione non è epico, semmai un po’ affannato, quasi rassegnato e infine sfinito. Il 25 novembre diventa una ricorrenza più temuta e sopportata che celebrata, al clima pacato e sereno di una solenne memoria liturgica si sostituisce quello tempestoso di strenua difesa da un furioso attacco vandalico. Il Dardanoni tiene peraltro a precisare, l’anno seguente, come vi siano graduazioni anche nella sfrenatezza e gravità degli atti compiuti dai forsennati universitari e riporta puntigliosamente le esperienze vissute in sei anni di rettorato. La descrizione, oltre che vivace e animata da un sottile crescendo, che attraverso le varie tappe porta fino al fatidico 25 novembre del 1620, è interessante perché ricca di dettagli, anche sui protagonisti:

25 Mercordì S. Catarina Non si va fuori di casa, né si canta, si fa l’oratione in casa, doppo pranzo si sta a basso, per esser pronti a ricevere le furie scolaresche, et a provedere alle loro solite insolenze, quali quest’anno sesto del mio governo furono tali che trapassarono li termini delli altri anni cinque. Impercioché l’anno del1615 essendo Consigliero de Milanesi il sig. Gio. Battista Piantanida da Cugiono non fecero altro che pigliar la lanterna della torniola grande et portarla nella cima de detta torniola, e puoi lasciarla cascare sino al fondo. Il1616 essendo consigliero il sig. Melzi mio paesano fecero forza per gettare a terra l’uscio della Cantina dalla parte verso li Palazzi, et vi fecero un buono buco dentro con picconi, sebene non entrarono. Il 1617essendo consigliero il sig. Fagnano, rubbarono il cadenazzo dell’uscio del Refetorio, et un lanternino a servitori, et gettarono a terra due altri usci, cioé le loro serrature. Il 1618 essendo consigliero il sig. Sormanno tentarono di novo gettare a terra l’uscio della Cantina, sebene non potero[no], quale puoscia feci murare. Il 1619 essendo consigliero il sig. Homodeo mio paesano non fecero altro se non che gettarono a terra una serratura d’un uscio e puoi quietamente se n’andarono. [Si potrebbe quasi postillare: la quiete prima della tempesta.] Ma quest’anno 1620 essendo consigliero il Besozzo gettarono a terra sedeci serrature d’usci, entrarono in Refetorio, rubarono, et rupero tondi cinque salini, tre coltelli, 2 forzeline, 2 quadri, entrarono nelli solari del formento, et ne spantegarono, rubarono un tapeto verde, un ridelino, et un cadino e di più volendoli io far resistenza mentre volevano rubare la catenna, et corda d’un pozzo con il torno, mi intricarono nella corda, et per qualche spatio mi stracinarono che fu miracolo stassi in piedi, et n’andò che fare a cacciarli via. Vero è che restituirono la corda per non esser impiccati, et li quadri per non tentare Deos. Insomma bisogna stare bene avertiti con serrare bene per tutto. Hoggi si diede Capponi.

I particolari narrativi dell’ultima concitata scena oscillano tra il drammatico e il grottesco; il racconto si chiude con una battuta salace, un consiglio pragmatico e un accenno gustoso ai soliti capponi: quasi un sospiro di sollievo in chiave gastronomica.²

¹ La specificità del legame tra presenza a Pavia dello studium universitario e devozione per la santa martire affiora indirettamente anche in una lettera del 13 novembre 1603 in cui il cardinale Federico Borromeo chiede al Vicerettore del Borromeo un reliquia di Santa Caterina, dato che a Milano non se ne trovano: «Reverendo nostro Carissimo Desiderando noi di haver qualche reliquia de santa Catterina Vergine et Martire, et non retrovandole qua a Milano, vederete voi in coteste reliquie del Collegio se ve ne sono, et trovandole, me le mandarete con quella decenza che conviene.»

² La vicenda ha anche una coda “giudiziaria” interna il 30 novembre, festa di Sant’Andrea, come ci informa puntualmente il Dardanoni: «per l’eccesso che gli scolari del studio fecero in Collegio il giorno di S. Catarina» il Patrono (il cardinal Federigo di manzoniana memoria) convoca a Milano il Rettore, ordina che «si serrasse il Collegio né si andasse fuori in nessuna maniera» e manda a Pavia il dottor Airone, «notaro del foro criminale dell’Arcivescovo», per “processare”, ossia per interrogare sull’accaduto, «Rettore, Vicerettore e Ministro, il Chierico, portinari et Credenzero del Collegio».

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