Spigolature d’Archivio –  Maggio 1907: un piccolo “scandalo” sanitario…

Spigolature d’Archivio –  Maggio 1907: un piccolo “scandalo” sanitario…

Malattie “innominabili” e travisamenti, dal Collegio alla carta stampata

Il rettorato di Rodolfo Maiocchi (1905-1919) ha avuto rapporti non sempre sereni con la stampa locale, almeno stando a quanto si evince dagli accenni nelle lettere inviate al Patrono nei primissimi anni d’incarico (si veda per esempio Notizia di febbraio), nelle quali affiora l’indignazione per notizie palesemente deformate, esagerate, travisate o inventate di sana pianta. Forse una così netta divergenza di interpretazioni su fatti concernenti il Collegio si può attribuire a due ragioni: il trattarsi, in questi casi, di questioni disciplinari e un’opposta concezione del Regolamento, visto, da un lato, come il pretesto per decisioni severe e arbitrarie, dall’altro, invece, come un vero e proprio baluardo contro il disordine, a garanzia del bene vivere della comunità collegiale.
Regolamento 1906 8Ecco allora che il rapido allontanamento di un alunno affetto da «malattia innominabile», da provvedimento dettato da ragioni di igiene, sicurezza sanitaria, ma anche di decorum, viene dipinto su un giornale come occasione di un ennesimo scontro tra studenti e istituzioni.

In realtà, dalla lettura delle carte emerge l’umanità del carattere pur rigido del Rettore, che ha a cuore tanto la salute fisica dei propri alunni, quanto le radici e le conseguenze anche morali dei loro comportamenti, visti in termini individuali e collettivi. Il Maiocchi, fermissimo come d’abitudine nel sostenere la giustezza dei principi condivisi che regolano la vita del Collegio, cerca di agire con una certa rapidità ma anche discrezione, soprattutto data la natura piuttosto delicata del caso.

Il 28 maggio 1907 scrive al Patrono, dopo altre cose:

28 maggio 1907 b28 maggio 1907 aDomenica scorsa per mia disgrazia ho dovuto accertarmi che un disgraziato alunno è affetto da malattia innominabile. Ne parlai tosto col medico il quale fu del parere deciso che tale malattia cadesse sotto il disposto dell’articolo 35 del regolamento e fosse da curarsi fuori di Collegio per la sua schifezza. Ne ho dato avviso alla famiglia del malato ed oggi furono qui a prenderlo e se ne andò. Quando egli ritornerà io non so, ma sarebbe bene che per quest’anno, dal momento che abbiamo ancora un mese di convitto, stesse fuori per lezione e castigo. Questa cosa mi addolora e mi umilia assai ed ho l’animo profondamente turbato.

La discrezione non è, tuttavia, sufficiente, come si evince dalla lettera subito successiva del 30 maggio e dall’accluso trafiletto di giornale, riportante un articolo non firmato dai toni piuttosto accesi, eppure laconico anch’esso nel fare riferimento alla causa della “cacciata” dell’alunno dal Collegio: «Si sparse ieri per la città la notizia che uno studente universitario era stato cacciato dal Collegio Borromeo per avere contravvenuto ai regolamenti del collegio stesso. In che cosa consista questa contravvenzione non crediamo opportuno qui riferire»…

Il commento epistolare del Rettore è un crescendo di indignazione:

30 maggio 1907 trafilettoElla già conosce dalla mia ultima il vero stato delle cose circa l’alunno che io ho consegnato al proprio zio, perché lo facesse curare fuori di collegio. Ambedue, tanto cioè lo zio che lo studente, mi hanno ringraziato del modo con cui ho condotte le cose ed hanno riconosciuto da parte mia prudenza e benevolenza. […] Egli mi ha promesso ravvedimento e su questa base si potrà agire in futuro. In collegio le cose sono tranquille e nessuno dei giovani ha manifestato approvazione o disapprovazione di quanto è avvenuto. Tuttavia vi è stato un malintenzionato che ha avuto l’audacia di far pubblicare nel giornaletto locale l’Avvenire un articolo che le accludo, e che è una menzogna da cima a fondo. I miei amici mi consiglierebbero a chiuder subito la bocca a questi malevoli dando querela. E per verità l’articolo è ingiurioso e diffamatorio. Nondimeno prima di procedere chiedo a lei il suo assentimento.

Solo pochi anni dopo il Maiocchi (tramite il suo vicerettore) dovrà tornare ben più esplicitamente sul medesimo spinoso tema, in tutt’altro contesto, ma con l’impegno a salvaguardare gli stessi principi: nel giugno del 1915 si lamenterà, infatti, con la Direzione sanitaria dell’Ospedale Militare Borromeo che vengano inviati qui per il ricovero anche soldati affetti da malattie veneree, nonostante gli accordi di opposto segno presi in proposito con l’autorità militare preposta.

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